14/12/12

Le vere cause del debito pubblico italiano (www.keynesblog.com)

Dal 1981 la Banca d’Italia, per decisione di Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, ha smesso di monetizzare il debito pubblico che è schizzato alle stelle. Una storia che si è ripetuta, amplificata, con l’Euro e la BCE.
di Domenico Moro da Pubblico 

In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.
Come ha fatto notare anche il Sole 24ore, le critiche di Steltzner alla Banca d’Italia sono infondate. A partire dal 1981 la Banca d’Italia ha “divorziato” dal Tesoro e non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò che non viene detto, però, è che quella lontana decisione contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari. L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della Ue e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca.
Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%.
Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale.
Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Insomma, non solo Steltzner ha torto riguardo alla Banca d’Italia, ma è il principio stesso dell’“autonomia” della Banca centrale, da lui tanto tenacemente difeso, ad aver dato per trent’anni in Italia gli stessi risultati negativi che ora sta producendo nell’eurozona.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale fu la ragione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Ce lo spiega il suo autore, l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Uno degli obiettivi era quello di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.

08/12/12

Recensione al libro "Il Tramonto dell’Euro" di Alberto Bagnai

Una delle più grandi menzogne propagandate dai media e dai giornali (di proprietà delle banche) italiani è che l’economia sia una scienza esatta; secondo questo paradigma da un lato ci sono i politici, dall’altra i tecnici detentori di verità rivelate pronti ad intervenire per amor patrio a rimettere in sesto i cocci dei dissesti combinati dai governi.

Per giustificare simili menzogne si ricorre all’abuso di luoghi comuni seguendo la massima di Goebbels, e cioè che una menzogna ripetuta più volte, diventa verità.

 
Abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi, la svalutazione porterà l’inflazione a due, tre, quattro cifre, il dividendo dell’euro, la corruzzzione, l’inflazione è la tassa più iniqua, la liretta vs la Cina, la cariola di Bersani
; questi alcuni dei luoghi comuni più abusati da coloro i quali , Bagnai definisce, luogocomunisti. 


Sgombrato il campo dai luoghi comuni, Bagnai affonda l’analisi nella genesi degli squilibri che hanno portato l’Unione europea alla deflagrazione, e lo fa citando dati e studi antecedenti alla nascita dell’unione monetaria, come la teoria delle aree valutarie ottimali (OCA) elaborata  nel 1961 dal premio nobel Robert Mundell o i lavori di James Meade(i problemi di bilancia dei pagamenti di un area di libero commercio europea Economic Journal, 1957).
In sintesi l’Europa non è un area valutaria ottimale a causa delle divergenze palesi dei singoli stati (diversi tassi di inflazione, delle politiche fiscali, dei sistemi pensionistici, barriere culturali che impediscono una mobilità dei fattori di produzione), per questo il sogno sarebbe diventato l’incubo che oggi stiamo vivendo.
In realtà, visto che la teoria economica escludeva la possibilità di un unione monetaria, le vere motivazioni vanno ricercate nella politica e nel desiderio dei paesi del Nord di assoggettare sotto il giogo monetario i paesi mediterranei.
Per questo l’autore cita i lavori di Roberto Frenkel, nei quali si dimostra come agganci valutari tra paesi con economie differenti portano inevitabilmente ad un impoverimento dei paesi più deboli (romanzo di centro e periferia).
Il contributo maggiore del libro di Bagnai tuttavia è un altro e risiede nella metodica distruzione del moralismo Tedesco, che trova fertile terreno in Italia, e che sta alla base della visione asimmetrica della crisi che stiamo vivendo. In realtà a causare gli squilibri che hanno portato un continente alla deflagrazione è stata la Germania, la quale violando il patto di stabilità nel 2002 (ma anche l’art. 119 del Tfue) ha applicato una deflazione salariale che ha portato un deterioramento della competività dei paesi periferici ed  una conseguente esplosione dei debiti privati (delle famiglie). L’eccesso di questo debito privato ha mandato a gambe all’aria gli istituti di credito dei paesi periferici e costretto gli stati ad intervenire, trasferendo sui contribuenti il costo de salvataggi.

Dietro questo falso moralismo si nascondono in realtà solidi interessi di un paese creditore (la Germania), che teme di essere ripagato in moneta cattiva (svalutata), e pertanto impone ricette di austerità che stanno trascinando sul lastrico intere popolazioni.
Paradossale è il caso Italiano, un paese con i conti in ordine, cospicui avanzi primari e con un settore bancario non eccessivamente esposto, ma che è comunque  chiamato ad intervenire a sostegno delle banche tedesche(creditrici) finanziando di fatto i salvataggi altrui.
L’ultima perla l’autore la riserva nel finale, quando dall’analisi passa alla sintesi; bisogna gettare alle ortiche le politiche di austerità e con esse il fiscal compact, in quanto i bilanci statali non devono essere le vittime sacrificali della celebrazione del luogo comune; dal fiscal compact bisogna passare all’External Compact, cioè ad un sistema che vigili sul coordinamento delle politiche comunitarie partendo dall’ottica del debito privato.
In conclusione il Tramonto dell’Euro è un libro da leggere, piacevole ricco di aneddoti divertenti (degni di nota in tal senso i due paragrafi al mercato del pesce/frutta) e che aiutano il lettore a familiarizzare anche con concetti finora relegati al tecnicismo accademico. Un libro che ha il passo del giallo, del thriller, che parla di congiure(divorzio tesoro BdI) e purtroppo anche in questo caso scoprirete che l’assassino è il maggiordomo, o meglio i maggiordomi che hanno svenduto i nostri paesi al motto del “privatizzare i profitti, socializzare le pedite”.
 


Salvo Andolina

29/11/12

Come difendersi dalle menzogne

In questi mesi siamo stati bombardati da messaggi catastrofici in grado di annebbiare le menti anche dei più svegli. Tuttavia potendo soprassedere in tempi normali, alla vigilia di una tornata elettorale fondamentale per il futuro del nostro bistrattato paese ritengo doveroso fare un po di chiarezza.

Partiamo dalla prima menzogna, la più abusata ed anche la più subdola in quanto costituisce un attacco diretto al ruolo che lo stato deve avere in una normale democrazia: la spesa pubblica è eccessiva ed è all’origine della crisi.

 



I dati ci sono, li fornisce ad esempio la ragioneria dello stato ; guardiamo il grafico precedente. In base ai dati del quadro generale è possibile osservare come l’Italia, con un valore pari al 51,6%, nel 2009 si collochi tra i Paesi con un elevato rapporto tra la spesa pubblica complessiva e il PIL. Tuttavia noterete come il nostro livello di spesa è in linea con quello inglese ed inferiore a quello belga francese o danese.  



Se consideriamo il saldo primario (al netto degli interessi) la spesa pubblica scende al 47,3, un dato non così allarmante se consideriamo il livello degli altri partner Europei.
Guardando il secondo grafico vediamo inoltre come il trend sia simile all’andamento negli altri paesi europei. Il lieve discostamento come sappiamo è da attribuirsi al differente peso della spesa per interessi sostenuto dal nostro paese.

Ora ma di cosa è fatta la spesa pubblica? Fondamentalmente essa è formata da stipendi pubblici, (sanità, istruzione, pubblica amministrazione) pensioni, e spesa per interessi. Analizziamo ciascuna voce nel dettaglio.



In questa tabella si nota come negli ultimi 50 anni sia aumentata a dismisura la spesa per il rimborso di prestiti, passata dal 3,9% del 1960 al 25,2% del 2009 e di come, contestualmente, due importanti categorie di spesa si siano notevolmente ridotte: istruzione e cultura dal 13,8% al 8,7% e le spese in campo economico scese dal 21,4% al 7,2%. Da notare anche la caduta della spesa per abitazioni e per il territorio passate dal 1,6% al 0,3%, con evidenti riflessi sul dissesto idro-geologico.
Il paradosso si raggiunge se consideriamo la spesa per la protezione sociale; infatti essa assorbe la parte più rilevante della spesa primaria nei paesi Europei, con quote che vanno dal 25,2 % di Cipro al 48 % della Germania; l’Italia dedica alla Protezione sociale il 43 % della propria spesa primaria, pari al 20,4 % del PIL. Tradotto, spendiamo molto meno della Germania.
Quindi chi vi dice che i problemi dell’Italia si annidano nell’eccesso di spesa pubblica mente sapendo di mentire oppure non ha mai letto un report della ragioneria dello stato.
 
Scendiamo più nei dettagli.
Seconda menzogna: il nostro sistema sanitario è insostenibile.
 L’altro ieri il nostro presidente del consiglio ha lanciato l’allarme : "Potremmo non riuscire più a garantirlo se non si trovano forme di finanziamento non pubbliche”.

Anche qui i dati ci sono, basta leggerli. Sull’ebook oltre l’austerità Stefania Gabriele  ha sviluppato un analisi interessante, ripresa anche da Alberto Bagnai sul suo blog.





Cito testualmente “Il grafico precedente ad esempio mostra come la spesa, sia pubblica (7,4%) sia totale (9,5%), sia inferiore in Italia rispetto alla Germania, alla Francia, ma anche al Regno Unito. Si osservi che gli Stati Uniti, che hanno un sistema privato, allocano il 17,4% del proprio PIL ai servizi sanitari, e che oltreoceano la stessa componente pubblica della spesa è superiore a quella italiana, malgrado i 47 milioni di americani privi di qualunque copertura sanitaria. Da tempo si è evidenziato peraltro come i sistemi sanitari privati siano più costosi di quelli pubblici.”
Quindi anche qui chi vi dice che la nostra spesa sanitaria è insostenibile sta mentendo e lo  fa seguendo un mandato ben preciso; si vuole sferrare un attacco alle basi del nostro welfare state in modo da consentire l’accesso ai privati ad una fetta consistente del nostro bilancio statale.
Passiamo al nostro sistema pensionistico.
Tutte le statistiche dicono che la spesa pensionistica italiana è del 14.9% superiore di tre punti alla media UE. Tuttavia dobbiamo considerare il fatto che l’Italia, dopo il Giappone detiene il livello più alto al mondo dell’aspettativa di vita. Tradotto campiamo di più, il che non è di per se un male, ma giustifica in parte il discostamento dalla media europea.

Andiamo avanti e scopriamo che in quel 14,9% è incluso il TFR (1,5% del PIL) e la spesa per l’assistenza sociale che equivale al 40% delle spese annuali dell’INPS, che non sono propriamente delle spese previdenziali. Se consideriamo che l’imposizione fiscale sulle pensioni in molti Paesi UE è inferiore a quella italiana, possiamo dire che la spesa pensionistica in Italia è inferiore alla media UE.
Eppure, in Italia, il 12,8% degli over 65 vive in situazione di povertà (reddito inferiore al 50% del reddito medio nazionale OCSE Pensions Outlook 2012), e la percentuale sale al 15,2% tra gli over 75.
Adesso anche l'Europa prende atto, con l'ultima riforma della previdenza l'Italia avrà la più alta età di pensionamento tra i Paesi membri .

A questo punto non rimane che prendersela con i dipendenti pubblici, improduttivi per definizione, dediti alla lettura quotidiana della gazzetta dello sport però molto abili nel risolvere il solitario di windows. Anche qui la verità è un po diversa, citiamo ad esempio il fustigatore Sergio Rizzo non certo quel Neri Parenti che ha trasformato l'impiegato medio in eroe nazionale.

Citando i dati di Rizzo scopriamo che noi italiani spendiamo decisamente più dei tedeschi: 2.849 euro ciascuno, contro 2.830 euro in Germania. Avete capito da dove ha origine la crisi? Dai 19 euro spesi in più della Germania, per i nostri dipendenti pubblici. 
Certo, suona bene come slogan, ma difficile da giustificare se si considera che la Grecia spende decisamente meno, 2436, ed anche la Spagna 2708. Se consideriamo invece la Gran Bretagna 3118, l’austera Olanda 3557, e la Francia 4001 questa affermazione si configura sempre di più come una fantasmagorica supercazzola, questa si di fantozziana memoria.

Quindi chi dice che il problema è l’eccesso di spesa per la pubblica amministrazione sta mentendo.

Il motivo nascosto dietro queste menzogne è semplice ossia quello di inculcare  nei cittadini l’idea che lo stato sia cattivo, improduttivo, sprecone e che per tanto dobbiamo privatizzare, privatizzare ed ancora privatizzare.

Paradossale anche qui è sentire Pier Ferdinando Casini - erede teoricamente di un partito che negli ultimi 50 anni ha fatto della partecipazione statale la propria bandiera - parlare di privatizzazioni e liberalizzazioni. In particolare al buon Pierferdi interessano le “municipalizzate” le quali operando in regime di monopolio strozzano i cittadini con tariffe da usura. 
A pensar male si fa peccato, diceva Belzebù, ma stranamente a volte ci si azzecca; guardiamo infatti una delle municipalizzate più importanti l’ACEA di Roma e scopriamo che, Francesco Gaetano Caltagirone (per chi non lo sapesse suocero di Casini), ne detiene il 16,34% e siede nel consiglio di amministrazione.
Quindi in realtà è logico credere che ci sia un certo interesse, da parte di alcuni investitori privati, a mettere le mani su un settore che gestisce ricordiamo, acqua , energia, rifiuti, trasporti nelle principali città italiane.

Vediamo cosa ne pensa la corte dei conti: “Per quanto riguarda le utilities, c’è tuttavia da osservare che l’aumento della profittabilità delle imprese regolate è in larga parte dovuto, più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi, all’aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti degli altri paesi europei, senza che i dati disponibili forniscano conclusioni univoche sulla effettiva funzionalità di tali aumenti alla promozione delle politiche di investimento delle società privatizzate. Considerazioni analoghe possono valere anche per ciò che attiene agli effetti sul livello sia delle tariffe autostradali, sia degli oneri che il sistema bancario pone a carico della clientela, tutt’oggi sistematicamente e considerevolmente più elevato di quello riscontrato nella maggior parte degli altri paesi europei”.

Ma veniamo adesso al piatto forte; quando sentite dire da qualche mezzobusto televisivo “dobbiamo privatizzare” perchè lo stato è inefficiente non ci si riferisce ai forestali calabresi o ai pretoriani in forza alla regione Sicilia,  più semplicemente si riferiscono ad ENI, ENEL, FINMECANICA, cioè ai nostri gioielli di famiglia. Queste aziende distribuiscono allo stato dividendi regolari del 5/6% l’anno; in altre parole altro che inefficienza, queste imprese macinano utili oltre a ricoprire un ruolo strategico dal punto di vista geopolitico.

Siam tutti bravi a privatizzare con “lo stato” degli altri..
 
Per approfondire l’argomento cito un articolo apparso su www.ilsussidiario.net
“Per capire di cosa si tratti si può ricordare la reazione che un nostro immediato vicino/concorrente - la Francia -, ha avuto quando Enel ha provato a comprare Suez, ...... Eni è strategica per un Paese che consuma gas a tutto spiano senza materie prime e senza nucleare, e fa tutta la differenza del mondo, in mancanza di peso politico, quando l’Italia si siede al tavolo delle trattative, a qualsiasi titolo, con i Paesi produttori che devono decidere a chi far costruire ponti o ferrovie o da chi comprare beni e macchinari o infine a chi vendere gas e petrolio (c’è ancora la fila nonostante tutto). Per non rendersi conto della perdita clamorosa per l’indipendenza energetica e per lo sviluppo economico italiano bisogna essere ciechi; non bisogna poi dimenticare che Eni controlla Saipem, sicuramente una delle massime espressioni, non solo per dimensioni, dell’ingegneria italiana. Ragionamento simile si può fare con l’Enel da cui, tra l’altro, i governi precedenti sono passati con Robin Hood tax e simili per incrementare gli incassi ...... Finmeccanica, da ultimo, oltre a essere attiva nel settore sensibile della difesa, controlla alcune imprese che molti, non a caso e non per sbaglio, ci invidiano: da Ansaldo Sts, passando per Avio e Agusta Westland. Siamo certi che diverse società sarebbero disposte a strapagare per mettere le mani su tecnologia e avviamento ma come per Eni e per Enel il punto è che nessuna di queste società è replicabile o sostituibile. Evitare un mese di emissioni di bond statali o ridurre il rapporto debito/ Pil da 126 a 124 rinunciando per sempre a imprese dall’elevatissimo contenuto strategico e tecnologico e probabilmente anche con il timing sbagliato, non sembra un grande affare: chi arriva non è tenuto a mettere tra le priorità lo sviluppo economico italiano.”

Avete compreso la portata di simili scelte. Malgrado tutto siamo un grande paese, pieno di risorse, competenze, fantasia ed eccellenze. Abbiamo dato tanto al mondo, sia dal punto di vista artistico, che tecnico ed ingegneristico. Pur non avendo risorse energetiche, abbiamo creato, grazie alla caparbietà di Enrico Mattei, una delle più importanti aziende energetiche al mondo. Nella chimica con Natta abbiamo scoperto il polipropilene alla base dello sviluppo delle materie plastiche nel secolo scorso, ma anche i calcolatori con Olivetti,  la fissione nucleare con Fermi. Nonostante ciò abbiamo smantellato l’industria chimica (Montecatini), distrutto la microelettronica, abbandonato la ricerca nucleare. 

Quindi prestate molta attenzione quando sentirete questi luoghi comuni perché il rischio è un ulteriore impoverimento del nostro paese.

17/11/12

I VERI COSTI DELLA POLITICA

In questi giorni stiamo assistendo all’epilogo finale della favola del Neoliberismo. Anche i più strenui difensori dell’ortodossia della scuola di Chicago hanno cominciato ad avere dei ripensamenti (Vedi Giavazzi ) mentre altri continuano ad arrampicarsi sugli specchi, come ad esempio i fermatori del declino di Giannino (qui sbertucciati da Claudio Borghi sul dividendo dell’euro).

Non essendo un economista tuttavia mi interessa mettere in risalto in questa sede, non l’aspetto macroeconomico e gli errori palesi che hanno portato ad una crisi tremenda delle economie occidentali, bensì l’aspetto politico e le  conseguenze sui nostri sistemi democratici.

In primo luogo è doveroso ricordare che, negli anni precedenti al trionfo di Milton Friedman e della sua scuola di Chicago, le economie occidentali avevano conosciuto uno straordinario ciclo espansivo durato dal dopo guerra al 1973. In quegli anni le ricette adottate dalle principali nazioni occidentali furono ispirate da Keynes, senza dubbio il più grande economista del XX secolo.

Guardate per esempio il grafico seguente (tratto dal blog di Alberto Bagnai) per rendervi conto dell’impatto di Keynes sull’economia Americana negli ultimi 50 anni; si vede bene che prima dell’adozione delle politiche Keynesiane i cicli espansivi-recessivi che si susseguivano negli anni oscillavano  in una forchetta del 30%, dopo si dimezzarono. In altre parole durante le crisi le conseguenze di calo di reddito erano meno drammatiche e più facilmente gestibili dallo stato.

Introduciamo adesso alcuni concetti elementari di politica economica per capire la base dei ragionamenti di Keynes. Partiamo dalla definizione di prodotto interno lordo:
                      Y=C+G+I+(X-M)
dove Y è il reddito nazionale, C consumi, I la spesa per investimenti, X le esportazioni, M le importazioni.

Quando noi andiamo a votare fondamentalmente deleghiamo ai nostri rappresentanti la possibilità di manovrare questa equazione elementare. Il fine di queste manovre è cercare di mantenere un equilibrio fra due variabili antitetiche, Inflazione e Disoccupazione.

Vediamo adesso cosa succede in pratica. 
Caso 1: supponiamo di essere in recessione e quindi di voler aumentare Y per combattere la crisi, cosa può fare un governo?

In primo luogo può stimolare C, ossia i consumi riducendo ad esempio l’imposizione fiscale oppure può aumentare la spesa pubblica G.
Se invece si vogliono aumentare gli investimenti I possiamo abbassare i tassi di interesse, cosicché le imprese trovando credito a basso costo sono stimolate ad investire.
Infine abbassando il tasso di cambio della propria valuta un governo può migliorare la bilancia dei pagamenti X-M rendendo le proprie merci più competitive verso l’estero.

Aumentando Y diminuisce la disoccupazione ma aumenta l’inflazione per la semplice legge della domanda e dell’offerta.

Adesso il governo per frenare la crescita dell’inflazione manovra nuovamente l’equazione, ma questa volta in senso opposto(Caso 2). Quindi aumenta l’imposizione fiscale, alza i tassi di interesse per frenare gli investimenti, taglia la spesa pubblica, aumenta il tasso di cambio.
Dopo questa breve divagazione tecnica arriviamo ad oggi ed alla crisi che sta devastando l’Eurozona. In questo momento l’Italia si trova in una situazione di bassa inflazione (2,6% 1,5 al netto dei beni energetici ) ed altissima disoccupazione(11%), soprattutto giovanile(35%), cioè siamo in deflazione.

Siamo quindi nella prima condizione e per di più alla vigilia di una nuova tornata elettorale.
Diligentemente ci recheremo alle urne e chiederemo un cambiamento di governo, un governo di centrosinistra che sappia far ricrescere i nostri redditi attraverso un sana politica di rilancio della economia.

Spingiamoci un po avanti nel tempo e supponiamo che quanto augurato avvenga, Bersani vince le elezioni e si ritrova a manovrare la nostra equazione.
Supponiamo che il nuovo governo vuole aumentare i consumi C attraverso una riduzione fiscale per le fasce più deboli. Come lo finanziamo visto che la crisi ha provocato una diminuzione delle entrate statali oltre che un esplosione del monte interessi? Normalmente  si ricorrebbe al cosidetto deficit spending, cioè si spenderebbe a debito;
Primo ostacolo, dal 1°  gennaio 2013 entrerà in vigore il Fiscal Compact, approvato il 2 marzo 2012 da 25 paesi su 27 dell’Eurozona (Gran Bretagna e Repubblica Ceca non lo hanno ratificato). Esso prevede per l'Italia un vincolo rigidissimo, l’obbligo del pareggio di Bilancio inserito addirittura in costituzione.

Ok abbiamo la seconda variabile su cui giocare la spesa pubblica G. Bersani una volta eletto aumenterà la spesa nella ricerca e nell‘istruzione e così rilancerà l’economia e darà occupazione a migliaia di insegnanti e giovani ricercatori. Non fermeremo il declino, fermeremo la fuga dei Cervelli.
Come finanziamo l’aumento della spesa? Il fiscal compact ci obbliga non solo al pareggio di bilancio ma anche ad una riduzione di un ventesimo dello stock di debito per i prossimi 20 anni. In altre parole il nostro parlamento si è impegnato a tosare 50 miliardi di euro l’anno ai redditi dei cittadini Italiani. Quindi porte sbarrate anche da questo fronte.

Vabbè possiamo sempre rilanciare gli investimenti I abbassando i tassi di interesse. Non proprio, avendo perso la sovranità monetaria i Tassi li decidono a Francoforte ed inoltre nonostante la BCE conceda crediti alle banche all’1% queste non riversano nell’economia reale questa liquidità.

Infine il bravo Bersani può provare a svalutare la nostra moneta per rilanciare l’export italiano. Anche qui sorge un piccolo problema dal 1979 (anno in cui entrammo nello SME) ed adesso con l’euro abbiamo relegato a Francoforte la politica monetaria. Inoltre nonostante una svalutazione dell’euro del 15% nell’ultimo anno non siamo riusciti a migliorare i nostri export in quanto gli squilibri sono più che altro regionali, quindi interni all’Eurozona.

Avete capito quali sono i veri costi della politica? Non le ostriche di Fiorito, (seppur deplorevoli) o la casta corruzione. I costi veri della politica sono le scelte sbagliate fatte dai nostri rappresentanti. Fiorito nel peggiore dei casi ha rubato un milione di euro, quest’anno  solo il salvataggio della Monte dei Paschi da parte del governo Monti ci costerà 3,9 miliardi di euro.
Abbiamo ratificato il MES, il cosiddetto fondo salva stati, il quale ci costerà 126 miliardi di  euro (secondo voi a che serve l’IMU).  Il MES in teoria dovrebbe servire a salvare la Spagna, in realtà  salveremo le sue banche indebitate con le banche Tedesche. Il prossimo grafico rende più chiaro il concetto e per chi volesse approfondire la Prof. Undiemi dell’Università di Palermo da anni si sta battendo su questi temi.
Grafico tratto da http://www.byoblu.com/post/2012/10/18/Un-fiore-sulla-mia-tomba.aspx

Ci rendiamo conto che mentre i media distoglievano l’attenzione dell’opinione pubblica con la storia della casta, in questi anni abbiamo ceduto la nostra sovranità.
Il liberismo non è di sinistra come dice Giavazzi ed Alesina è semplicemente “na sola” e la storia ahimè lo ha dimostrato.
Ing. Andolina Salvatore
 P.S. Ecco i numeri dopo un anno di austerità liberista.







16/11/12

FINANZA/ Borghi: le "svendite" arabe di Monti aumentano il debito italian

lunedì 19 novembre 2012
FINANZA/ Borghi: le svendite arabe di Monti aumentano il debito italiano 

Pubblico un estratto dell'intervista a Claudio Borghi di oggi 19 novembre sulla visita del premier Monti negli Emirati Arabi il contenuto integrale potete trovarlo sul sito di ilsussidiario.net.
 
"Come già visto in passato, siamo costretti a vendere gli asset all’estero a prezzi stracciati dopo che qualcuno ha contribuito ad aggravare la crisi economica italiana. L'aspetto che più di tutti mi lascia perplesso è che non solo dobbiamo svendere i nostri beni, ma sembra che dobbiamo anche essere grati per questo. Vorrei solo ricordare che un diretto investimento estero in Italia è di fatto equivalente a un debito. 

E per questo non ne abbiamo bisogno...

Certo. Faccio un esempio: se un Paese estero acquista una nostra azienda ci troviamo inizialmente con un ingresso immediato di denaro, ma che poi dobbiamo ovviamente restituire sotto forma di utili che lasciano i nostri confini. Vorrei poi anche utilizzare l'esempio del Giappone."
Si spieghi.

Il Giappone si trova in una situazione totalmente opposta rispetto alla nostra: a fronte di un debito molto forte, proprio come il nostro, vanta al contrario un’enorme quantità di investimenti all’estero. Quindi, alla fine, il bilancio giapponese è comunque in positivo proprio grazie ai ritorni degli investimenti fatti fuori dal Paese. Sono convinto che in questo momento l’Italia abbia abbastanza debito e che non sia certamente utile produrne ancora."

LA STABILITÀ È ANCORA UN MIRAGGIO

Pubblico un articolo tratto da lavoce.info dell'economista Paul De Grauwe.

Al summit europeo della scorsa settimana sono state prese alcune decisioni utili e importanti sull'unione bancaria e sulla ricapitalizzazione delle banche. Resta però aperta la domanda se le nuove misure riusciranno a rendere più stabili i mercati dei titoli di stato. Non è certo l'Esm, con 500 miliardi a disposizione, che può assicurare la stabilità. Il suo intervento rischia anzi di destabilizzare ulteriormente i mercati. Solo la Bce può garantire con successo un obiettivo simile, mettendo a disposizione le sue risorse illimitate.
Quello della settimana scorsa è stato l’ennesimo summit europeo da cui ci si aspettava la soluzione della crisi dell’Eurozona. E, in effetti, sono state prese alcune decisioni utili e importanti:
  • una nuova unione bancaria con una autorità di supervisione europea con poteri effettivi; 
  • la possibilità di organizzare ricapitalizzazioni bancarie a livello europeo.
Entrambi sono dei passi avanti, il secondo è di particolare importanza.
Una delle principali debolezze dell’Eurozona risiede nel fatto che i problemi bancari devono essere risolti dai governi del paese in cui le banche hanno sede. Il risultato è che l’insolvenza di istituti locali è una minaccia alla solvibilità dei paesi e ciò porta a un circolo vizioso di crisi bancarie e crisi sovrane. Interrompere questa interconnessione è quindi un elemento chiave per creare una situazione finanziaria più stabile all’interno dell’Eurozona.

UNIONE BANCARIA: IL DIAVOLO È NEI DETTAGLI

La necessità di un meccanismo europeo per la risoluzione delle crisi bancarie è un principio che è finalmente stato accettato. Tuttavia, ora ci troviamo a far fronte a enormi problemi per l’attuazione di questo principio. Quali saranno i poteri di supervisione della Bce? Chi gestirà le banche ricapitalizzate? Cosa accade se è necessario nazionalizzare una banca? Sono solo alcune delle questioni pratiche che si dovranno affrontare.

L’EUROPEAN STABILITY MECHANISM

Vogliamo qui concentrarci, tuttavia, sul nuovo ruolo dell’Esm, altrimenti conosciuto come il fondo salva Stati, che dovrebbe diventare operativo a breve.
L’Esm ha ricevuto due nuovi compiti, che si aggiungono all'assistenza condizionata ai paesi membri:
    • Il primo (di cui ho appena discusso) è la possibilità di ricapitalizzare direttamente le banche in difficoltà.
    • Il secondo è la possibilità di acquistare titoli di Stato europei sui mercati secondari, al fine di evitare ulteriori destabilizzanti aumenti dei tassi di interesse.
Sono obbiettivi di estrema importanza.
Certamente si deve intervenire sull’aumento inesorabile dei tassi di interesse sui titoli di Stato di molti paesi del Sud Europa. Solo in parte è la conseguenza di “cattivi fondamentali”. Per paesi come Italia e Spagna, una parte consistente dell’aumento degli spread è causato da paura e panico nei mercati che hanno il potere di portare gli stati alla bancarotta con una profezia che si autorealizza. (1)
La domanda quindi è se l’Esm sarà in grado di stabilizzare i mercati dei titoli di stato. La mia risposta è no.

PERCHÉ L’ESM NON RIUSCIRÀ A STABILIZZARE I MERCATI

L’Esm ha risorse finanziare pari a 500 miliardi di euro. Se si confrontano queste risorse con l’ammontare del debito italiano, di quasi 2mila miliardi, e con quello spagnolo di 800 miliardi, è immediatamente chiaro che non sarebbe in grado di porre fine a una crisi che coinvolgesse anche solo uno di questi due paesi, figurarsi entrambi.
Ma non solo: non appena l’Esm inizierà a operare, i mercati dei titoli di Stato dei due paesi diverranno ancora più fragili. Supponiamo infatti che una nuova ondata di paura e panico sui mercati, scatenata ad esempio da un aggravarsi della recessione spagnola, provochi un ulteriore incremento dei tassi sui titoli di Stato spagnoli. Per fermarlo, l’Esm inizia ad acquistare titoli di Stato spagnoli. Supponiamo acquisti l’equivalente di 200 milioni di euro di bond spagnoli.
Alla fine dell'operazione sarà chiaro a tutti che le risorse dell’Esm saranno scese da 500 a 300 miliardi. Saranno rimaste meno risorse per far fronte alle crisi future. Gli investitori inizieranno a fare previsioni sul momento in cui l’Esm rimarrà senza fondi. Dopo di che si comporteranno come ci si aspetta si comportino le persone scaltre: inizieranno a vendere i titoli di Stato subito, senza aspettare.
È facile capire il perché. Anticipando il momento in cui l’Esm finirà i fondi a sua disposizione, ci si aspetta un crollo dei prezzi dei titoli di Stato. Per evitare di incorrere in grosse perdite, gli investitori saranno incentivati ad anticipare la vendita dei titoli di stato che detengono, invece di aspettare il momento in cui andranno in perdita. Quindi gli interventi dell’Esm provocheranno le crisi, anziché prevenirle.
È una caratteristica nota dalla letteratura sulle crisi dei tassi di cambio. Il classico modello di Paul Krugman, ad esempio, ha le stesse caratteristiche. (2) Una banca centrale che decide di ancorare il proprio tasso di cambio e ha un limitato ammontare di riserve di valuta estera per difendere la propria moneta dagli attacchi speculativi, si trova di fronte allo stesso problema. A un dato momento l’ammontare di riserve di valuta si esaurisce e la banca centrale non è più in grado di difendere la propria moneta. Gli speculatori non aspettano di arrivare a quella situazione, iniziano le vendite speculative ben prima che la banca centrale esaurisca le riserve, scatenando una crisi che si autorealizza.

SOLO LA BCE PUÒ STABILIZZARE I MERCATI

L’unico modo per stabilizzare i mercati obbligazionari è quello di coinvolgere le Bce, indirettamente dando all’Esm licenza bancaria, in modo che possa attingere dalle risorse delle Bce , oppure attraverso interventi diretti da parte della Banca centrale. (3) Ma i leader europei non hanno potuto (o non hanno voluto) prendere le misure necessarie per stabilizzare l’eurozona.
La Bce è l’unica istituzione in grado di evitare che il panico nei mercati dei titoli governativi porti gli Stati a una situazione di squilibrio, perché è l’unica istituzione che crea moneta, e ha quindi una capacità illimitata di acquistare titoli. Avere risorse illimitate è una condizione necessaria per riuscire a stabilizzare i mercati di titoli di Stato. È l’unico modo per ottenere credibilità sul mercato.
L’anno scorso la Bce ha acquistato titoli di Stato attraverso il Securities Markets Programme, ma lo ha strutturato nel peggior modo possibile: annunciando che sarebbe stato di grandezza e durata limitata, ha replicato la debolezza fatale di una istituzione con risorse limitate e non c’è da sorprendersi che la strategia non abbia funzionato.
L’unica strategia efficace è incentrata sulle risorse illimitate delle Bce. La Banca dovrebbe annunciare un tetto agli spread italiani e spagnoli, poniamo a 300 punti base. La dichiarazione sarebbe pienamente credibile se la Bce fosse disposta a utilizzare tutte le armi a sua disposizione, che sono infinite, per il raggiungimento di questo obbiettivo.
Se la Bce ottiene questo tipo di credibilità sui mercati, crea una interessante opportunità di investimento per gli investitori, che ottengono un premio sui titoli italiani e spagnoli che detengono. Nel frattempo, la Bce garantisce che c’è un minimo prezzo sotto al quale i prezzi dei titoli non scenderanno (il minimo prezzo è l’altra faccia della medaglia del tetto sui tassi). In aggiunta, i 300 punti base diventano una sorta di punizione per i governi italiani e spagnoli e un incentivo a ridurre i loro livelli di debito.
Ma la Bce non è disposta a stabilizzare i mercati finanziari in questo modo. Le ragioni portate a giustificazione del perché la Bce non debba essere un prestatore di ultima istanza sono diverse: molte sono false, alcune sono serie, come per esempio quelle sul rischio di azzardo morale. (4) Tuttavia, il problema di azzardo morale dovrebbe essere gestito da altri nascenti meccanismi – semestre europeo, patto fiscale, sanzioni automatiche, per esempio – che hanno il compito di controllare i debiti e deficit pubblici eccessivi. Il meccanismo di disciplina e sanzioni dovrebbe quindi tranquillizzare la Bce sul rischio di azzardo morale (preoccupazione che peraltro non ha avuto quando ha fornito mille miliardi alle banche a un tasso di interesse agevolato).
[…]
La creazione dell’Efsf e dell’Esm è stata motivata dalla preoccupazione errata della Bce di dover proteggere il proprio bilancio. L’ampliamento delle responsabilità ora affidate all’Esm deve essere visto come un tentativo di mascherare il rifiuto della Bce di assumere il ruolo di guardiano della stabilità finanziaria dell’Eurozona, un ruolo che solo la Bce può ricoprire con successo.

Recensione a “Il Tramonto dell’euro” di Alberto Bagnai

Euro significa de-industrializzazione, anche con le condizioni vessatorie previste dal Fiscal Compact -  Mercato delle valute è l’unico mercato che i neoliberisti vogliono regolamentare -

Euro significa de-industrializzazione, anche con le condizioni vessatorie previste dal Fiscal Compact -  Mercato delle valute è l’unico mercato che i neoliberisti vogliono regolamentare -
 Finalmente qualcuno spiega al popolo come funzionano le politiche dei cambi e i mercati delle valute. Ma Bagnai fa di più: ripercorre e rilegge la storia economica del nostro paese e dell’Eurozona alla luce della scelta compiuta, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, di convergere verso la moneta unica, prima con il propedeutico divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, poi l’ingresso nello Sme, la crisi del 1992 (quando Amato “rubò” il 6‰ dai conti correnti degli italiani), infine l’Euro. E ci spiega ad ogni passo le conseguenze di queste scelte sulle esportazioni, il debito estero, la distribuzione del reddito, ecc, fornendoci chiavi di lettura essenziali per capire il recente e meno recente disastroso passato politico
del nostro paese, e aiutandoci a valutare con maggior cognizione di causa le conseguenze del rimanere ovvero dell’uscire dall’Euro.

Il testo fa giustizia così anche dei luoghi comuni autorazzisti circa “l’Italietta” della “liretta” e delle “svalutazioni competitive”. Le svalutazioni italiane sono state poche e di natura difensiva a seguito di shock esterni avversi (p.e. gli shock petroliferi degli anni ’70), seguiti spesso da rivalutazioni.
Il testo fa giustizia anche dei tanti luoghi comuni legati alla svalutazione, l’inflazione, ecc con cui si cerca di terrorizzare la gente riguardo l’ipotesi di uscita dall’Euro. L’uscita dall’Euro, spiega Bagnai, è non solo possibile, ma sarà comunque inevitabile perché è un progetto insostenibile, e la crisi corrente lo sta dimostrando.

La moneta unica tra aree con diversa produttività è possibile solo a patto di condizioni politiche inesistenti nell’Europa di oggi. D’altro lato la svalutazione reale della nostra economia, è conseguenza diretta dell’impossibilità di riaggiustare in modo automatico, graduale e indolore, lasciando agire il mercato del cambio, le piccole differenze di competitività con la Germania, e che invece si sono accumulate nel corso degli anni.
Questo dato di fatto non muterebbe se la BCE “stampasse moneta” per venire incontro ai problemi di finanziamento del debito pubblico degli stati dell’Eurozona, e neppure se lo facesse senza porvi sopra le condizioni vessatorie previste dal Fiscal Compact. All’interno dell’Euro la prospettiva è quella della deindustrializzazione delle economie più deboli e delle acquisizioni straniere dei nostri asset … fino a quando non saremo dichiarati semplicemente un “onere” e non ci avranno dato il benservito.

Il problema quindi è solo se l’uscita dall’Euro sarà decisa e governata ordinatamente il prima possibile, o se avverrà caoticamente con il paese in ginocchio dopo un disastro tipo greco e dopo il compiuto saccheggio della nostra ricchezza collettiva ad opera della finanza internazionale e del complesso bancario-industriale tedesco.
Soprattutto ci viene spiegata la “razionalità politica” di certe scelte apparentemente tecniche: cambi rigidi o flessibili? chi ci guadagna e chi ci perde, tra paesi e all’interno dei singoli paesi? Il mercato delle valute, legato principalmente all’andamento del commercio estero, è l’unico mercato che i neoliberisti vorrebbero regolamentare con cambi rigidi agganciati a monete forti (vedi Argentina …) invece che lasciar corso anche qui alla legge della domanda e dell’offerta. Perché? Perché così si consentono politiche predatorie da parte degli investitori a danno dei debitori, e dei paesi con maggiore produttività a danno degli altri.

Testi sulle politiche economiche all’interno di un singolo paese già ce ne sono (per esempio “Economia politica” di Massimo Pivetti, dove le implicazioni sociali delle politiche keynesiane e neoliberiste sono ben esplicitate partendo dai fondamentali dell’economia), e così pure sulla finanza internazionale, soprattutto dopo la crisi del 2008, ma le politiche dei cambi e i mercati delle valute finora li avevo visti confinati nella letteratura per specialisti, come meri “problemi tecnici”.
L’effetto complessivo del libro è liberatorio, nel senso che offre strumenti per capire la realtà e incoraggiarci a pensare che il futuro può tornare a dipendere da noi, che non ci sono potenze misteriose ai cui capricci ci dobbiamo piegare, e da placare offrendo sacrifici sempre più pesanti attraverso rituali governati da tecnici-sacerdoti, in realtà sempre più chiaramente apprendisti stregoni al servizio di oligarchie nostrane e straniere.
www.socialistasenzapartito.wordpress.com
Claudio Romanini