20/01/13

Paul Krugman: “Usano il panico da deficit per smantellare i programmi sociali”



L’AGENDA DELL’AUSTERITY

“Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Questo dichiarava John Maynard Keynes 75 anni fa, ed aveva ragione. Anche in presenza di un problema di deficit a lungo termine (e chi non ce l’ha?), tagliare le spese quando l’economia è profondamente depressa è una strategia di auto-sconfitta, perché non fa altro che ingrandire la depressione.
Allora come mai la Gran Bretagna (e l’Italia, la Grecia, la Spagna, ecc. NDR) sta facendo esattamente quello che non dovrebbe fare? Al contrario di paesi come la Spagna, o la California, il governo britannico può indebitarsi liberamente, a tassi storicamente bassi. Allora come mai sta riducendo drasticamente gli investimenti, ed eliminando centinaia di migliaia di lavori nel settore pubblico, invece di aspettare che l’economia recuperi?
Nei giorni scorsi, ho fatto questa domanda a vari sostenitori del governo del primo ministro David Cameron. A volte in privato, a volte in TV. Tutte queste conversazioni hanno seguito la stessa parabola: sono cominciate con una metafora sbagliata, e sono terminate con la rivelazione di motivi ulteriori (alla ripresa economica NDR).
La cattiva metafora – che avrete sicuramente ascoltato molte volte – equipara i problemi di debito di un’economia nazionale, a quelli di una famiglia individuale. La storia, pressappoco è questa: Una famiglia che ha fatto troppi debiti deve stringere la cinghia, ed allo stesso modo, se la Gran Bretagna ha accumulato troppi debiti – cosa che ha fatto, anche se per la maggior parte si tratta di debito privato e non pubblico – dovrebbe fare altrettanto!
COSA C’È DI SBAGLIATO IN QUESTO PARAGONE?
La risposta è che un’economia non è come una famiglia indebitata. Il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l’un l’altro; cosa ancora più importante: il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito.
E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala – il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno.- E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiora, non migliora.
Questo meccanismo non è di recente comprensione. Il grande economista americano Irving Fisher spiegò già tutto nel lontano 1933, e descrisse sommariamente quello che lui chiamava “deflazione da debito” con lo slogan:”Più i debitori pagano, più aumenta il debito”. Gli eventi recenti, e soprattutto la spirale di morte da austerity in Europa, illustrano drammaticamente la veridicità del pensiero di Fisher.
Questa storia ha una morale ben chiara: quando il settore privato sta cercando disperatamente di diminuire il debito, il settore pubblico dovrebbe fare l’opposto, spendendo proprio quando il settore privato non vuole, o non può. Per carità, una volta che l’economia avrà recuperato si dovrà sicuramente pensare al pareggio di bilancio, ma non ora. Il momento giusto per l’austerity è il boom, non la depressione.
Come ho già detto, non si tratta di una novità. Allora come mai così tanti politici insistono con misure di austerity durante la depressione? E come mai non cambiano piani, anche se l’esperienza diretta conferma le lezioni di teoria e della storia?
Beh, qui è dove le cose si fanno interessanti. Infatti, quando gli “austeri” vengono pressati sulla fallacità della loro metafora, quasi sempre ripiegano su asserzioni del tipo: “Ma è essenziale ridurre la grandezza dello Stato”.
Queste asserzioni spesso vengono accompagnate da affermazioni che la crisi stessa dimostra il bisogno di ridurre il settore pubblico. Ciò e manifestamente falso. Basta guardare la lista delle nazioni che stanno affrontando meglio la crisi. In cima alla lista troviamo nazioni con grandissimi settori pubblici, come la Svezia e l’Austria.
Invece, se guardiamo alle nazioni così ammirate dai conservatori prima della crisi, troveremo che George Osborne, ministro dello scacchiere britannico e principale architetto delle attuali politiche economiche inglesi, descriveva l’Irlanda come “un fulgido esempio del possibile”. Allo stesso modo l’istituto CATO (think tank libertario americano) tesseva le lodi del basso livello di tassazione in Islanda, sperando che le altre nazioni industriali “imparino dal successo islandese”.
Dunque, la corsa all’austerity in Gran Bretagna, in realtà non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit; si tratta dell’uso del panico da deficit come scusa per smantellare i programmi sociali. Naturalmente, la stessa cosa sta succedendo negli Stati Uniti.
In tutta onestà occorre ammettere che i conservatori inglesi non sono gretti come le loro controparti americane. Non ragliano contro i mali del deficit nello stesso respiro con cui chiedono enormi tagli alle tasse dei ricchi (anche se il governo Cameron ha tagliato l’aliquota più alta in maniera significativa). E generalmente sembrano meno determinati della destra americana ad aiutare i ricchi ed a punire i poveri. Comunque, la direzione delle loro politiche è la stessa, e fondamentalmente mentono alla stessa maniera con i loro richiami all’austerity.
Ora, la grande domanda è se il fallimento evidente delle politiche di austerità porterà alla formulazione di un “piano B”. Forse. La mia previsione è che se anche venissero annunciati piani di rilancio, si tratterà per lo più di aria fritta. Poiché il recupero dell’economia non è mai stato l’obiettivo; la spinta all’austerity è per usare la crisi, non per risolverla. E lo è tutt’ora.

(Tratto da http://cambiailmondo.org/2012/08/04/paul-krugman-usano-il-panico-da-deficit-per-smantellare-i-programmi-sociali/)

06/01/13

Monti: Il cavallo di trojka.

È' passato poco più di un anno da quando Mario Monti accettò l'incarico di guidare il governo del nostro paese, con il fine dichiarato di evitare il baratro finanziario a cui eravamo inevitabilmente condannati.
Per fare questo il nuovo governo era chiamato ad una sfida ardua, ossia mettere in ordine i nostri conti pubblici in breve tempo al fine di rassicurare i mercati. 
Chi sono i mercati?
 Il termine mercato infatti é un po' vago, in realtà si tratta di una decina di grosse banche accreditate ad operare dalla banca d'Italia sul mercato primario, cioè a partecipare alle aste in cui vengono collocati i titoli di nuova emissione. Qui sotto l'elenco completo fornito dalla Banca d'Italia.

Perché allora queste banche erano così nervose? 

La Grecia aveva un rapporto debito/PIL stabile nell'ultimo decennio, l'Italia addirittura in discesa con il picco minimo di 103% nel 2007(secondo governo Prodi), Spagna ed Irlanda erano dei paesi modello dal punto di vista delle finanze pubbliche con valori rispettivamente del 40% e del 25%. Perché allora la speculazione si accanisce contro questi Paesi? Perché proprio ora che stanno seguendo un percorso di risanamento e non prima quando i conti non erano così in ordine?
La verità purtroppo é che su questa crisi e sulle reali motivazioni che hanno portato al governo Monti sono state dette una serie di menzogne tali da far rabbrividire il buon vecchio Joseph, parlo di Goebbels naturalmente.
Purtroppo la versione edulcorata che é stata spacciata dai media nazionali, con la complicità ingenua o maliziosa di Grillo (io ancora non l'ho capito) vede gli stati, anzi la castacriccacorruzzionespesapupplicabrutta (cit. Alberto Bagnai), nella veste dei responsabili del dissesto dell'Eurozona.

Il rapporto della Commissione europea sulla sostenibilità del debito dei Paesi dell’Unione fa giustizia di molti luoghi comuni ( link di Alberto Bagnai , qui articolo su pubblico), offrendoci un quadro inaspettato del nostro Paese. Contrariamente a quanto ci era stato raccontato, l’Italia non è mai stata veramente in pericolo fallimento. Dal 2009 e ancor di più nel 2010 e 2011 l’Italia si è tenuta ben al disotto del valore critico di pericolo, mentre la Gran Bretagna era nettamente al di sopra nel 2009, e la Spagna lo è stata nel 2009 e nel 2012.

Ritorniamo al punto, perché allora i mercati erano così nervosi?
Ciò che i media nazionali non vi dicono é che i mercati più che al debito pubblico sono attenti alle dinamiche del debito estero (in maggior parte privato), determinato dagli squilibri commerciali all'interno dell'Eurozona.
Il motivo di quest'asimmetria mediatica ha una semplice spiegazione; se analizziamo i problemi dell'Eurozona dal punto di vista del debito privato, scopriamo che i veri colpevoli sono le banche e le istituzioni Europee che hanno permesso e lucrato su questi squilibri commerciali. Quindi paradossalmente chi ha causato l'implosione di un continente, burocrati e banchieri, si ergono a moralizzatori e pretendono di interferire e soppiantare i governi democraticamente eletti.
Per comprendere questo punto allego i grafici del saldo delle partite correnti per i paesi presi in esame.
Grafico 1

Grafico 2
Grafico 3
Vediamo come i deficit commerciali di Italia e Grecia seppur con proporzioni differenti siano negativi. Al contrario la Germania ha accumulato ingenti surplus. Nel terzo grafico un raffronto in miliardi di dollari tra Italia e Germania.
Da notare come la Francia, malgrado la solita retorica imperialistica, stia cominciando a perdere posizioni ed infatti la società di rating Moody's ha tolto la famigerata tripla A. Questo conferma ulteriormente come i mercati siano attenti più agli squilibri commerciali che al debito pubblico.

Perchè è successo?
Negli ultimi 10 anni le banche tedesche e francesi hanno invaso di capitali i paesi periferici, attraverso il credito al consumo ( Prestitempo ad esempio é del gruppo deutschebank),  attraverso i prestiti interbancari ed aprendo numerose filiali direttamente. In questo modo lucravano tassi di interesse più alti rispetto a quelli esistenti in Germania, e nel contempo finanziavano l'acquisto di manufatti tedeschi (basti pensare all'acquisto di un auto generalmente finanziata da una banca legata al costruttore). Questo giochetto ha consentito alle banche tedesche di accumulare enormi profitti (ma anche le banche greche Italiane o Spagnole guadagnavano generose commissioni) ed all'industria manifatturiera tedesca, ingenti surplus commerciali.

Questo grafico invece riporta l'esposizione di ogni singolo paese nei confronti degli stati a rischio default. Guardate in vetta abbiamo Germania, Francia, Uk ed Olanda.
 
Grafico 4


Perché allora i mercati e la trojka impongono Monti e l'Austeritá visto che sanno bene come il problema non sia di finanza pubblica?
Arriviamo al punto, i mercati erano nervosi perché temevano il crollo dell'euro ed infatti lo spread non fa altro che prezzare tale rischio. Se un investitore teme di essere ripagato con una valuta deprezzata, la lira, la dracma o la pesetas ti farà pagare oltre all'interesse il rischio di deprezzamento.
I mercati quindi erano nervosi perché temevano che i governi nazionali, giustamente si sarebbero rifiutati di far pagare il conto ai propri cittadini visto che gli errori erano stati commessi dalle istituzioni finanziarie, e ciò avrebbe portato all'implosione della moneta unica. Il governo tedesco, nonostante abbia guadagnato ingenti surplus commerciali da questi squilibri ( 200 miliardi di euro annui, mentre la temutissima Cina si attestava sui 160) ha preferito ergersi a moralizzatore, bacchettando la Grecia ed imponendo  misure di austerità, anziché venire in soccorso ad un popolo stremato ; a causa di questa miope scelta, la crisi si é propagata anziché arrestarsi rendendo i mercati ancora più nervosi. Il problema é che mentre la situazione greca era perfettamente gestibile - le banche tedesche erano infatti esposte per 53 miliardi, quelle francesi per 32 - il default Spagnolo avrebbe messo una pietra tombale sul l'unione monetaria; infatti l'esposizione del sistema bancario spagnolo nei confronti dei creditori, principalmente tedeschi e francesi, si attesta sulla spaventosa cifra di 780 miliardi di Euro (vedi grafico 4). In poche parole era impossibile per i contribuenti spagnoli accollarsi un simile onere senza andare in default ed uscire dall'unione monetaria.

Proviamo ad unire i puntini; qual'era allora il ruolo di Mario Monti ?
Monti non è stato imposto dalla trojka per ridare credibilità al nostro paese;  come certifica la commissione europea le nostre finanze erano sotto controllo ed il nostro sistema bancario  era poco esposto nei confronti di Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia. Il ruolo di Monti è stato quindi esclusivamente quello di garantire la copertura del fondo salvastati, per una quota pari a 127 miliardi euro, di cui già 20 interamente versati nel 2012. Per garantire questo gettito è stata anticipata l'IMU e di fatto trasformata da imposta prettamente comunale in una strana forma di patrimoniale, in quanto colpisce indiscriminatamente a prescindere dal reddito.



La Grecia o l'Irlanda sono già fallite, tuttavia i loro titoli una volta giunti a scadenza vengono coperti dai prestiti dei contribuenti Europei ed in particolar modo italiani. Questi sono soldi prelevati dalle casse dello stato ed infatti nonostante una manovra di 50 miliardi di euro complessivi il nostro debito pubblico é aumentato. Non un solo euro di questa manovra è stato usato per ridurre il debito e questa é una verità contabile evidente che nessuno può negare.

Il seguente grafico rappresenta la percentuale di copertura del fondo salva stati da parte dei paesi europei e delle istituzioni finanziarie.

Grafico 5
 
Per inciso alla base di questi sfraceli c'è il dogma della libera circolazione dei capitali. Infatti da quando nessun freno o limite è posto alla circolazione dei capitali , gli stati possono gonfiarsi di liquidità e poi scoppiare scaricando sui cittadini gli oneri maggiori. Per fortuna anche in questo caso il Fondo monetario Internazionale, quindi il gota dell'ortodossia economica, si è accorto che qualcosa non và ed ha cominciato a dubitare sull'efficienza dei mercati e sulla necessità di mettere qualche freno.


Nei seguenti grafici possiamo notare quali banche e quali paesi sono maggiormente esposti; l'Italia non è nemmeno citata, tuttavia se guardiamo la percentuale di copertura del fondo salvastati (grafico 5) ci accorgiamo che i contribuenti Italiani insieme a quelli Francesi e Tedeschi avranno l'onere maggiore.






Oltre a questo Monti ha abbozzato qualche misura di politica economica, ricordiamo le famose riforme; visto che lui sa bene che il problema non sono le finanze pubbliche ma gli squilibri commerciali ha attuato scientemente politiche recessive al fine di determinare un drastico calo dei consumi. 
Qual'é allora il fine di ciò ? 
Semplice la nostra bilancia dei pagamenti, ricordo saldo import-export, era in passivo (grafici 1-2-3). Per migliorare il nostro saldo commerciale si poteva agire su due fronti: in primo luogo si possono rilanciare l'esportazioni chiedendo al nostro più agguerrito competitor commerciale, la Germania, di evitare forme di dumping salariale che contraggono la loro domanda interna; cioè si poteva chiedere all'unione Europea di adottare uno standard retribuitivo Europeo, come chiede ad esempio il Prof Brancaccio (nel libro l'austerità é di destra) in modo da evitare una guerra fratricida in cui è più bravo chi riesce nel proprio paese a massacrare di più  i propri lavoratori. Secondo altri economisti, come ad esempio Vladimiro Giacchè , si potrebbe addirittura denunciare la Germania per pratica commerciale scorretta. Infatti non tutti sanno che in Germania, con le riforme Hartz è stato di fatto legalizzato il lavoro nero; nel 2002 furono introdotti i cosiddetti minijob, cioè lavori sottopagati a 400 euro senza contributi e garanzie per il lavoratori; tuttavia per renderlo sostenibile dal punto di vista sociale lo stato è intervenuto sostenendo i redditi con un massiccio intervento pubblico; è stato introdotto infatti il reddito di cittadinanza il quale costa a regime 45 miliardi di euro. Per fare questo la Germania nel 2002 ha sforato i vincoli Europei, senza subire ammende o ripercussioni; per questo fa tenerezza chi in Italia decanta il modello tedesco e nel contempo chiede una riduzione della spesa pubblica. Questa scelta tuttavia è scorretta dal punto di vista dei trattati comunitari in quanto si qualifica come un aiuto di stato all'industria tedesca. Per inciso anche l'Irlanda ha attuato forme di dumping fiscale che hanno danneggiato i partner Europei; pertanto è paradossale che dopo aver sottratto capitali alla periferia attraverso una tassazzione eccessivamente bassa, adesso la periferia deve scendere in suo soccorso per garantire gli scoperti bancari. In un Europa seria e rigorosa queste atteggiamenti aggressivi e non cooperativi dovevano essere sanzionati prima. 

Naturalmente un governo voluto dalla Merkel difficilmente interveniva in chiave dialettica su tale versante.
Quindi il nostro bravo professore contraendo la domanda interna attraverso politiche recessive è riuscito a migliorare la nostra bilancia dei pagamenti in quanto i nostri import sono scesi considerevolmente, ripeto a causa del tracollo del mercato interno.  I dati del conto corrente della Bilancia dei Pagamenti forniti dalla Banca d’Italia segnalano un miglioramento del saldo passivo da 55,5 a 18,7 miliardi di euro.
Purtroppo sul mercato interno si basano migliaia di piccole aziende le quali sono state costrette a chiudere i battenti o a licenziare per reggere il colpo.
Infine se il problema erano le finanze pubbliche perché la prima riforma è stata quella del mercato del lavoro? In economia esiste una legge ben precisa chiamata curva di Phillips che lega in maniera rigorosa inflazione e disoccupazione. Siccome, ripeto, il nostro professore sapeva che il problema sul lungo periodo era determinato dai differenziali nei tassi di inflazione tra Italia e Germania, seguendo la curva di Phillips ha cercato di attutire questo differenziale spingendo la disoccupazione ai massimi storici (ricordo 11% e 35% quella giovanile).
Giunti al punto vi sembra normale che un governo menta spudoratamente ai propri concittadini sui reali obbiettivi di politica economica? Vi sembra normale che un presidente del consiglio non votato dai cittadini sfrutti un anno di governo per lottizzare la RAI e scendere a gamba tesa nell'agone politico?
Se credete che la credibilità dipenda dal loden vi sbagliate di grosso; Mark Twain ad esempio esortava a ricordare un famoso proverbio: i bambini e gli sciocchi dicono sempre la verità. La conseguenza logica è ovvia: gli adulti e i saggi non la dicono mai.



P.S. Oggi é morto Luigi Spaventa Ex ministro del Bilancio nel governo Ciampi, ex presidente della Consob, professore di economia politica che così si esprimeva nel 2010 in merito agli errori commessi dall'UE: "Si è occupata solo del profilo fiscale e non degli altri fattori di squilibrio dell'area. La crisi non l'ha provocata solo la Grecia e basta: questa è stata la scintilla, un caso estremo di bugie continue sulla reale situazione del bilancio pubblico. E vale ricordare che fino al 2007 Irlanda e Spagna erano modelli di virtù fiscale: bilancio in pareggio e debito pubblico tra i più bassi dell'Unione e tutti a dire: vedi come sono bravi quelli. Peccato che stavano commettendo spropositi sul versante dell'espansione del credito, inseguendo il boom edilizio. Di questa espansione senza freni del credito non si occupava la Commissione, e neanche la Banca centrale europea. Un'espansione che li ha portati al fallimento. La tigre celtica è diventata un topolino.L'Irlanda meriterebbe qualche punizione. I suoi guai derivano anche dalla mossa che fece nel 2008, nel pieno della crisi, quando decise, senza consultazioni con i partner europei, di dare copertura al 100 per cento ai crediti vantati verso le banche. E' questo che le sta costando caro oggi. Se potesse dare una sforbiciata ai creditori delle banche, starebbe meglio".
Ing. Andolina Salvatore

24/12/12

Smontiamo l’agenda Monti

Finalmente questa famigerata agenda, più introavabile di quella rossa di Borsellino, è stata resa pubblica e quindi possiamo analizzarla per capire le incongruenze alla luce di un anno di governo tecnico.
Risulta tuttavia paradossale scoprire che a scriverla non è stato Monti, bensì un parlamentare del PD, Pietro Ichino e che un dilettantesco staff non sia riuscito neanche a modificare il PDF al fine di nascondere la fonte. Infatti scaricato il documento basta cliccare con il tasto destro su proprietà e scoprire l’arcano. 

L’inizio promette bene, si parte da “Costruire un’Europa più integrata e solidale, contro ogni populismo”, cioè si parte dal nulla.
Per capirci bisogna comprendere cosa significhi un'Europa più solidale ed Integrata.
Partiamo dalla recente storia italiana e dall’unificazione che ha portato alla creazione di un mostro bicefalo, con un area progredita ed un altra sottosviluppata. Come abbiamo più volte sottolineato il SUD Italia è un importatore netto di beni (in prevalenza dal Nord Italia) per circa il 14% del PIL(vedi qui) tuttavia grazie alla fiscalità generale si evita l’implosione, attraverso trasferimenti di risorse dal Nord al Sud Italia. Ogni anno avviene un trasferimento netto di 45 miliardi di euro dal Nord verso il Meridione e ciò è alla base della retorica leghista. Tuttavia da uno studio commissionato da Unicredit, redatto dall’economista Paolo Savona emerge che su 72 miliardi l’anno di spesa fatta dai cittadini del Sud, ben 63 sono di beni e servizi prodotti al Nord. Volendo essere più chiari c’è una reciproca convenienza fra classi dirigenti del Nord e del Sud Italia affinchè questi trasferimenti di risorse non generino imprese in grado di competere e riequilibrare gli squilibri macroeconomici regionali.

Ora è evidente che una maggiore integrazione fiscale è necessaria per creare un Europa veramente solidale ed integrata, ma come abbiamo visto nell’esempio Italiano, ciò ha un costo.
L’economista francese Sapir ha calcolato l’ammontare dei trasferimenti federali necessari a tenere in piedi l’eurozona ed è arrivato alla fantasmagorica cifra di 257 miliardi di euro annui. “Inoltre  la Germania dovrebbe sopportare il 90% del finanziamento di questi trasferimenti netti, ossia tra i 220 e i 232 miliardi di euro all'anno (pari a un totale dai 2.200 ai 2.320 miliardi in dieci anni), tra l' 8 % e il 9% del suo PIL. Pertanto, siamo in grado di comprendere la strategia della Merkel che cerca di ottenere un diritto di controllo sui bilanci degli altri paesi, ma si rifiuta di prendere in considerazione un’unione di trasferimento, che sarebbe d'altra parte la forma logica che dovrebbe assumere una struttura federale per la zona euro.”
Traducendo in parole più semplici è assurdo pensare che la Germania si accolli 2300 miliardi di trasferimenti per aumentare la competività di paesi definiti in maniera razzista PIGS e che vede unicamente come mercati di sbocco. Fra l’altro nel caso dell’Italia si tratta di finanziare il suo più forte competitor commerciale, essendo il nostro paese il secondo in Europa per industria manifatturiera. Quindi casomai è populismo non dire ciò ai cittadini Italiani nascondendosi dietro la retorica del più Europa.
Andando avanti nella lettura del PDF vediamo che strategia ha in mente Monti (Ichino) per chiedere un’Europa più solidale; cito testualmente ”Per contare nell’Unione europea non serve battere i pugni sul tavolo”. Quindi la strategia migliore sarebbe quella dello scodinzolare dietro Frau Merkel affinchè ci conceda qualche biscottino come un cagnolino ben ammaestrato. Secondo voi questa strategia può portare la Germania ad accollarsi 230 miliardi di trasferimenti annui? Non sarebbe più logico far valere la posizione forte dell’Italia, battendo evidentemente i pugni sul tavolo  e facendo tra l’altro notare ai tedeschi come dalla nascita dell’eurozona è stata la periferia a foraggiare il loro export?  Vogliono difendere gli interessi Italiani con la strategia dei “Pugni in tasca “?

Andiamo adesso al sodo e leggiamo gli obbiettivi di politica economica:

a. attuare in modo rigoroso a partire dal 2013 il principio (di cui al nuovo articolo 81 della nostra Costituzione) del pareggio di bilancio strutturale, cioè al netto degli effetti del ciclo economico sul bilancio stesso;

b.ridurre lo stock del debito pubblico a un ritmo sostenuto e sufficiente in relazione agli obiettvi concordati tenuto conto del fatto che, realizzato il pareggio di bilancio e in presenza di un tasso anche modesto di crescita, l'obiettivo di riduzione dello stock del debito sarebbe già automaticamente rispettato);

c. ridurre a partire dal 2015, lo stock del debito pubblico in misura pari a un ventesimo ogni anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del prodotto interno lordo.

d. proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico, in funzione della riduzione dello stock del debito pubblico.
 
Quanta originalità, quanto acume, e poi vengono a parlare di merito; praticamente questi quattro punti sono scopiazzati interamente dal famigerato fiscal compact (basta andare su wikipedia per rendersene conto ) cioè quella norma che ha plagiato inesorabilmente la nostra costituzione, la stessa che Benigni ipocritamente definisce la più bella del mondo. Malgrado nessun fondamento macroeconomico e malgrado numerose riserve di carattere costituzionale nella nostra costituzione è stato inserito un vincolo di bilancio, roba da far impallidire anche il più goliardico dei costituzionalisti.
La nostra costituzione fondata sul lavoro in base all’art. 1 e che all’art. 4 annovera tra i principi fondamentali il diritto al lavoro stesso , mal si concilia con la modifica dell'art. 81 (seconda parte Cost.) attuata con legge di revisione costituzionale del 2012, che richiede il pareggio di bilancio e vieta l'indebitamento pubblico, salvo casi "eccezionali", e così facendo ci impedisce di fare proprio quelle politiche necessarie per sostenere l'occupazione nelle fasi di crisi, alle quali ci impegna la Costituzione più bella del mondo.
Giuseppe Guarino, esperto giurista (all’Università di Sassari ebbe come assistente Francesco Cossiga, poi a Roma esaminò Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea), già ministro delle Finanze e dell’Industria, recentemente ha affermato “Esistono ragioni politiche, economiche e culturali per rifiutare la dottrina dell’austerity che si è imposta in Europa, ma prim’ancora c’è una motivazione giuridica che dovrebbe obbligare il governo italiano – questo in carica e soprattutto quello che gli succederà – a liberarsi dagli attuali vincoli che gravano sulla politica di bilancio. A meno di non voler continuare ad “attentare alla Costituzione dell’Unione europea”.
 
Lasciamo da parte le riserve di carattere giuridico e concentriamoci sull’aspetto economico della proposta. Il primo punto, nonostante non abbia nessun fondamento macroeconomico, viene assunto al rango di verità rivelata e stabilisce che gli stati non possono attuare politiche cosidette anticicliche, per contrastare gli effetti recessivi delle crisi. Badate bene la stessa Germania nel 2002 per uscire dalla recessione violò queste regole ed ora pretende che siano inserite nella costituzione dei paesi periferici per condannare milioni di persone al dogma dell’Austerità. 

Il secondo e terzo punto sono ancor più pericolosi; ridurre di un ventesimo lo stock di debito significa tosare i contribuenti Italiani per 100 miliardi di euro l’anno per i prossimi 10. In altre parole dopo aver azzerato la nostra economia con una manovra recessiva di 40 miliardi fatta esclusivamente di sole imposte si sta dicendo chiaramente che l’obbiettivo è ben più ambizioso, ossia quello di ridurre l’Italia ad un paese sottosviluppato attraverso 100 miliardi di manovre l’anno.
Per essere ancora più chiari, l’unico pazzo criminale al mondo, che ha preteso di rientrare dal debito pubblico in maniera tanto rapida è stato Ciaucescu in Romania. In meno di otto anni, a tappe forzate, ha completamente cancellato il debito pubblico.Quando ha annunciato il risultato, è stato applaudito a lungo. Era il 31 marzo del 1989. Nove mesi dopo lo fucilarono.
Chiunque abbia intenzione di votare questi individui almeno ora sà qual’è il prezzo da pagare.

Il quarto punto è il solito ritornello delle dismissioni dei nostri gioielli di famiglia. Ricordiamo che dal 92 al 2005 abbiamo ceduto circa 889 miliardi di euro di beni mobili pubblici ed il nostro debito è passato in questi anni da 887 miliardi a 2000. Il paradosso è che in Italia ormai da svendere c’è ben poco e gli appetiti sono esclusivamente concentrati su ENI, ENEL e Finmeccanica, o meglio sulle quote residue in mano ancora allo stato. Privatizzando ENI, abbiamo ottenuto lo straordinario risultato di far trasferire le sedi legali delle sue controllate in Lussemburgo e così adesso non versano un euro nelle casse dell’erario. 

Potremmo evitare di andare avanti in quanto il resto sono sole parole buttate via, una dietro l’altra senza uno straccio di studio a sostegno ma solo per riempire le rimanenti pagine; tuttavia arrivati a pagina 9 troviamo la barzelletta degli IDE (Investimenti diretti esteri):

Bisogna puntare a raggiungere un livello di investimenti diretti esteri vicino alla media europea, che potrebbe portare fino a circa 50 miliardi di euro in più di investimenti l’anno.
Tradotto il debito pubblico è brutto, dobbiamo eliminarlo massacrando i cittadini, però in compenso il debito privato (gli IDE) è cosa buona e giusta. Purtroppo l’economista Nouriel Roubini, insieme all’Italiano Paolo Manasse ha dimostrato come alla base delle maggiori crisi di debito verificatesi nel mondo ci sia un eccesso di indebitamento estero (privato). Roubini ha calcolato la soglia di rischio nel 50% rispetto al PIL di indebitamento estero, soglia che mentre l’Europa dormiva, la Grecia aveva già raggiunto nel 2002 (cit. Alberto Bagnai). Il paese modello di questo paradigma sgangherato è l’Irlanda, regina indiscussa in europa degli IDE. Purtoppo la simpatica Irlanda, nonostante conti pubblici in perfetto ordine (25% rapporto debito/PIL) è saltata in aria proprio come previsto da Roubini. Riprendo il concetto attraverso le parole di Bagnai:
“L’imprenditore estero che viene a impiantare un’attività produttiva, creando ricchezza e portando lavoro (se è bravo), lo fa per guadagnare un profitto (elevato se le tasse sono basse). Questo profitto sarà in parte reinvestito, in parte speso nel paese, e in buona parte rimpatriato verso il paese estero di residenza dell’imprenditore. Per la bilancia dei pagamenti i profitti rimpatriati all’estero sono redditi passivi, che remunerano il “debito” contratto impiegando capitale estero sotto forma di Ide.”
Ora capite perchè è pericoloso proporre ricette a base di indebitamento estero dopo una crisi spaventosa generata proprio dall’eccesso di questo tipo di indebitamento?

Proseguendo a pag. 12 si parla di Agricoltura, ma alla luce di quanto detto sopra sugli IDE, non si comprende come alla base del collasso del nostro sistema agroalimentare ci sia proprio l’eccessiva presenza della grande distribuzione francese che stritola i nostri piccoli produttori.

Del mercato del lavoro si parla a pagina 15, anche se non si comprende come un governo che ha spinto la disoccupazione all’11% e quella giovanile al 35% possa seriamente essere convincente su questi temi. Parlano di Flexicurity, di flessibilità sicura, dimenticando che gli unici paesi a sperimentarla con successo, come la Svezia, hanno anche una Banca sovrana, una moneta propria e spesa pubblica ampiamente superiore a quella Italiana; cioè sono paesi non in linea col paradigma neoliberista di cui è intrisa l’agenda Monti.

L’ultima chicca a pagina 22: I cittadini devono essere meno comprensivi verso la cattiva politica e i comportamenti non virtuosi di coloro che hanno responsabilità politiche, a tutti i livelli.

Ottimo direte, sounds good; sorge tuttavia un piccolo problema in dodici mesi i membri del governo  annoverano cinque indagati, ma soltanto due si sono dimessi: il sottosegretario Carlo Malinconico, dopo tre mesi (vacanze luxury pagate a sua insaputa) e l'altro sottosegretario, alla Giustizia, Andrea Zoppini, indagato per concorso in frode fiscale e dichiarazione fraudolenta.
Soprassediamo sulla casa ai Parioli comprata a metà del valore di mercato e ad un prezzo più basso del mutuo richiesto dal ministro dell'Economia Vittorio Grilli.
Poi abbiamo il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi  accusato di aver  comprato a prezzo stracciato (180 mila euro per 109mq) un appartamento vista Colosseo, grazie a una sentenza del Consiglio di Stato, di cui all'epoca il ministro era presidente di sezione.
Su Passera, superministro di Monti, è passato lieve come una piuma l'avviso di inizio indagini partito dalla Procura di Biella («un atto dovuto») per presunti reati fiscali commessi da amministratore di Banca Intesa.
Il sottosegretario alla Salute, Adelfio Elio Cardinale, è finito tra gli indagati della procura di Bari su presunti concorsi truccati, mentre Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali, è sotto indagine della Corte dei conti per un presunto danno erariale. (fonte Dagospia)

Per concludere l’agenda parla di merito, infarcendo un nobile concetto di retorica questa si populista. Anche qui nascono delle perlessità; ad esempio la figlia del ministro che ha invitato i giovani Italiani ad essere meno choosy, Silvia Deaglio è ricercatrice dell'Hugef finanziato dalla Compagnia di San Paolo (dove la madre era consigliere di sorveglianza),ed ha vinto un concorso per professore associato con una commissione presieduta dal presidente dello stesso Hugef, che la premiò anche per «l'ottima capacità di attrarre fondi di finanziamento per la ricerca». Poi è stata chiamata dall'Università di Torino. Dove sono professori ordinari sia la madre che il padre. Anche il viceministro Michel Martone (quello dei giovani «sfigati») è finito sotto tiro per un concorso vinto all'Università.
In definitiva si tratta di un agenda che di fatto ripropone gli stessi schemi  neoliberisti che hanno portato un continente alla deflagrazione, e per di più portata avanti in modo subdolo da personaggi che nel corso degli ultimi anni non si sono distinti per autorevolezza e specchiata levatura morale.
Si tratta di un agenda che di fatto mette al primo posto le esigenze dei paesi creditori, delle banche e che per questo chiede a nostri cittadini un sacrificio inutile e prolungato. 
Solo smontando l’Agenda Monti l’Italia potrà finalmente crescere, e poi a fine anno le agende le regalano i banchieri, quindi diffidate.

Ing. Andolina Salvatore

14/12/12

Le vere cause del debito pubblico italiano (www.keynesblog.com)

Dal 1981 la Banca d’Italia, per decisione di Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, ha smesso di monetizzare il debito pubblico che è schizzato alle stelle. Una storia che si è ripetuta, amplificata, con l’Euro e la BCE.
di Domenico Moro da Pubblico 

In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.
Come ha fatto notare anche il Sole 24ore, le critiche di Steltzner alla Banca d’Italia sono infondate. A partire dal 1981 la Banca d’Italia ha “divorziato” dal Tesoro e non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò che non viene detto, però, è che quella lontana decisione contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari. L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della Ue e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca.
Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%.
Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale.
Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Insomma, non solo Steltzner ha torto riguardo alla Banca d’Italia, ma è il principio stesso dell’“autonomia” della Banca centrale, da lui tanto tenacemente difeso, ad aver dato per trent’anni in Italia gli stessi risultati negativi che ora sta producendo nell’eurozona.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale fu la ragione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Ce lo spiega il suo autore, l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Uno degli obiettivi era quello di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.

08/12/12

Recensione al libro "Il Tramonto dell’Euro" di Alberto Bagnai

Una delle più grandi menzogne propagandate dai media e dai giornali (di proprietà delle banche) italiani è che l’economia sia una scienza esatta; secondo questo paradigma da un lato ci sono i politici, dall’altra i tecnici detentori di verità rivelate pronti ad intervenire per amor patrio a rimettere in sesto i cocci dei dissesti combinati dai governi.

Per giustificare simili menzogne si ricorre all’abuso di luoghi comuni seguendo la massima di Goebbels, e cioè che una menzogna ripetuta più volte, diventa verità.

 
Abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi, la svalutazione porterà l’inflazione a due, tre, quattro cifre, il dividendo dell’euro, la corruzzzione, l’inflazione è la tassa più iniqua, la liretta vs la Cina, la cariola di Bersani
; questi alcuni dei luoghi comuni più abusati da coloro i quali , Bagnai definisce, luogocomunisti


Sgombrato il campo dai luoghi comuni, Bagnai affonda l’analisi nella genesi degli squilibri che hanno portato l’Unione europea alla deflagrazione, e lo fa citando dati e studi antecedenti alla nascita dell’unione monetaria, come la teoria delle aree valutarie ottimali (OCA) elaborata  nel 1961 dal premio nobel Robert Mundell o i lavori di James Meade(i problemi di bilancia dei pagamenti di un area di libero commercio europea Economic Journal, 1957).
In sintesi l’Europa non è un area valutaria ottimale a causa delle divergenze palesi dei singoli stati (diversi tassi di inflazione, delle politiche fiscali, dei sistemi pensionistici, barriere culturali che impediscono una mobilità dei fattori di produzione), per questo il sogno sarebbe diventato l’incubo che oggi stiamo vivendo.
In realtà, visto che la teoria economica escludeva la possibilità di un unione monetaria, le vere motivazioni vanno ricercate nella politica e nel desiderio dei paesi del Nord di assoggettare sotto il giogo monetario i paesi mediterranei.
Per questo l’autore cita i lavori di Roberto Frenkel, nei quali si dimostra come agganci valutari tra paesi con economie differenti portano inevitabilmente ad un impoverimento dei paesi più deboli (romanzo di centro e periferia).
Il contributo maggiore del libro di Bagnai tuttavia è un altro e risiede nella metodica distruzione del moralismo Tedesco, che trova fertile terreno in Italia, e che sta alla base della visione asimmetrica della crisi che stiamo vivendo. In realtà a causare gli squilibri che hanno portato un continente alla deflagrazione è stata la Germania, la quale violando il patto di stabilità nel 2002 (ma anche l’art. 119 del Tfue) ha applicato una deflazione salariale che ha portato un deterioramento della competività dei paesi periferici ed  una conseguente esplosione dei debiti privati (delle famiglie). L’eccesso di questo debito privato ha mandato a gambe all’aria gli istituti di credito dei paesi periferici e costretto gli stati ad intervenire, trasferendo sui contribuenti il costo de salvataggi.

Dietro questo falso moralismo si nascondono in realtà solidi interessi di un paese creditore (la Germania), che teme di essere ripagato in moneta cattiva (svalutata), e pertanto impone ricette di austerità che stanno trascinando sul lastrico intere popolazioni.
Paradossale è il caso Italiano, un paese con i conti in ordine, cospicui avanzi primari e con un settore bancario non eccessivamente esposto, ma che è comunque  chiamato ad intervenire a sostegno delle banche tedesche(creditrici) finanziando di fatto i salvataggi altrui.
L’ultima perla l’autore la riserva nel finale, quando dall’analisi passa alla sintesi; bisogna gettare alle ortiche le politiche di austerità e con esse il fiscal compact, in quanto i bilanci statali non devono essere le vittime sacrificali della celebrazione del luogo comune; dal fiscal compact bisogna passare all’External Compact, cioè ad un sistema che vigili sul coordinamento delle politiche comunitarie partendo dall’ottica del debito privato.
In conclusione il Tramonto dell’Euro è un libro da leggere, piacevole ricco di aneddoti divertenti (degni di nota in tal senso i due paragrafi al mercato del pesce/frutta) e che aiutano il lettore a familiarizzare anche con concetti finora relegati al tecnicismo accademico. Un libro che ha il passo del giallo, del thriller, che parla di congiure(divorzio tesoro BdI) e purtroppo anche in questo caso scoprirete che l’assassino è il maggiordomo, o meglio i maggiordomi che hanno svenduto i nostri paesi al motto del “privatizzare i profitti, socializzare le pedite”.
 


Salvo Andolina

29/11/12

Come difendersi dalle menzogne

In questi mesi siamo stati bombardati da messaggi catastrofici in grado di annebbiare le menti anche dei più svegli. Tuttavia potendo soprassedere in tempi normali, alla vigilia di una tornata elettorale fondamentale per il futuro del nostro bistrattato paese ritengo doveroso fare un po di chiarezza.

Partiamo dalla prima menzogna, la più abusata ed anche la più subdola in quanto costituisce un attacco diretto al ruolo che lo stato deve avere in una normale democrazia: la spesa pubblica è eccessiva ed è all’origine della crisi.

 



I dati ci sono, li fornisce ad esempio la ragioneria dello stato ; guardiamo il grafico precedente. In base ai dati del quadro generale è possibile osservare come l’Italia, con un valore pari al 51,6%, nel 2009 si collochi tra i Paesi con un elevato rapporto tra la spesa pubblica complessiva e il PIL. Tuttavia noterete come il nostro livello di spesa è in linea con quello inglese ed inferiore a quello belga francese o danese.  



Se consideriamo il saldo primario (al netto degli interessi) la spesa pubblica scende al 47,3, un dato non così allarmante se consideriamo il livello degli altri partner Europei.
Guardando il secondo grafico vediamo inoltre come il trend sia simile all’andamento negli altri paesi europei. Il lieve discostamento come sappiamo è da attribuirsi al differente peso della spesa per interessi sostenuto dal nostro paese.

Ora ma di cosa è fatta la spesa pubblica? Fondamentalmente essa è formata da stipendi pubblici, (sanità, istruzione, pubblica amministrazione) pensioni, e spesa per interessi. Analizziamo ciascuna voce nel dettaglio.



In questa tabella si nota come negli ultimi 50 anni sia aumentata a dismisura la spesa per il rimborso di prestiti, passata dal 3,9% del 1960 al 25,2% del 2009 e di come, contestualmente, due importanti categorie di spesa si siano notevolmente ridotte: istruzione e cultura dal 13,8% al 8,7% e le spese in campo economico scese dal 21,4% al 7,2%. Da notare anche la caduta della spesa per abitazioni e per il territorio passate dal 1,6% al 0,3%, con evidenti riflessi sul dissesto idro-geologico.
Il paradosso si raggiunge se consideriamo la spesa per la protezione sociale; infatti essa assorbe la parte più rilevante della spesa primaria nei paesi Europei, con quote che vanno dal 25,2 % di Cipro al 48 % della Germania; l’Italia dedica alla Protezione sociale il 43 % della propria spesa primaria, pari al 20,4 % del PIL. Tradotto, spendiamo molto meno della Germania.
Quindi chi vi dice che i problemi dell’Italia si annidano nell’eccesso di spesa pubblica mente sapendo di mentire oppure non ha mai letto un report della ragioneria dello stato.
 
Scendiamo più nei dettagli.
Seconda menzogna: il nostro sistema sanitario è insostenibile.
 L’altro ieri il nostro presidente del consiglio ha lanciato l’allarme : "Potremmo non riuscire più a garantirlo se non si trovano forme di finanziamento non pubbliche”.

Anche qui i dati ci sono, basta leggerli. Sull’ebook oltre l’austerità Stefania Gabriele  ha sviluppato un analisi interessante, ripresa anche da Alberto Bagnai sul suo blog.





Cito testualmente “Il grafico precedente ad esempio mostra come la spesa, sia pubblica (7,4%) sia totale (9,5%), sia inferiore in Italia rispetto alla Germania, alla Francia, ma anche al Regno Unito. Si osservi che gli Stati Uniti, che hanno un sistema privato, allocano il 17,4% del proprio PIL ai servizi sanitari, e che oltreoceano la stessa componente pubblica della spesa è superiore a quella italiana, malgrado i 47 milioni di americani privi di qualunque copertura sanitaria. Da tempo si è evidenziato peraltro come i sistemi sanitari privati siano più costosi di quelli pubblici.”
Quindi anche qui chi vi dice che la nostra spesa sanitaria è insostenibile sta mentendo e lo  fa seguendo un mandato ben preciso; si vuole sferrare un attacco alle basi del nostro welfare state in modo da consentire l’accesso ai privati ad una fetta consistente del nostro bilancio statale.
Passiamo al nostro sistema pensionistico.
Tutte le statistiche dicono che la spesa pensionistica italiana è del 14.9% superiore di tre punti alla media UE. Tuttavia dobbiamo considerare il fatto che l’Italia, dopo il Giappone detiene il livello più alto al mondo dell’aspettativa di vita. Tradotto campiamo di più, il che non è di per se un male, ma giustifica in parte il discostamento dalla media europea.

Andiamo avanti e scopriamo che in quel 14,9% è incluso il TFR (1,5% del PIL) e la spesa per l’assistenza sociale che equivale al 40% delle spese annuali dell’INPS, che non sono propriamente delle spese previdenziali. Se consideriamo che l’imposizione fiscale sulle pensioni in molti Paesi UE è inferiore a quella italiana, possiamo dire che la spesa pensionistica in Italia è inferiore alla media UE.
Eppure, in Italia, il 12,8% degli over 65 vive in situazione di povertà (reddito inferiore al 50% del reddito medio nazionale OCSE Pensions Outlook 2012), e la percentuale sale al 15,2% tra gli over 75.
Adesso anche l'Europa prende atto, con l'ultima riforma della previdenza l'Italia avrà la più alta età di pensionamento tra i Paesi membri .

A questo punto non rimane che prendersela con i dipendenti pubblici, improduttivi per definizione, dediti alla lettura quotidiana della gazzetta dello sport però molto abili nel risolvere il solitario di windows. Anche qui la verità è un po diversa, citiamo ad esempio il fustigatore Sergio Rizzo non certo quel Neri Parenti che ha trasformato l'impiegato medio in eroe nazionale.

Citando i dati di Rizzo scopriamo che noi italiani spendiamo decisamente più dei tedeschi: 2.849 euro ciascuno, contro 2.830 euro in Germania. Avete capito da dove ha origine la crisi? Dai 19 euro spesi in più della Germania, per i nostri dipendenti pubblici. 
Certo, suona bene come slogan, ma difficile da giustificare se si considera che la Grecia spende decisamente meno, 2436, ed anche la Spagna 2708. Se consideriamo invece la Gran Bretagna 3118, l’austera Olanda 3557, e la Francia 4001 questa affermazione si configura sempre di più come una fantasmagorica supercazzola, questa si di fantozziana memoria.

Quindi chi dice che il problema è l’eccesso di spesa per la pubblica amministrazione sta mentendo.

Il motivo nascosto dietro queste menzogne è semplice ossia quello di inculcare  nei cittadini l’idea che lo stato sia cattivo, improduttivo, sprecone e che per tanto dobbiamo privatizzare, privatizzare ed ancora privatizzare.

Paradossale anche qui è sentire Pier Ferdinando Casini - erede teoricamente di un partito che negli ultimi 50 anni ha fatto della partecipazione statale la propria bandiera - parlare di privatizzazioni e liberalizzazioni. In particolare al buon Pierferdi interessano le “municipalizzate” le quali operando in regime di monopolio strozzano i cittadini con tariffe da usura. 
A pensar male si fa peccato, diceva Belzebù, ma stranamente a volte ci si azzecca; guardiamo infatti una delle municipalizzate più importanti l’ACEA di Roma e scopriamo che, Francesco Gaetano Caltagirone (per chi non lo sapesse suocero di Casini), ne detiene il 16,34% e siede nel consiglio di amministrazione.
Quindi in realtà è logico credere che ci sia un certo interesse, da parte di alcuni investitori privati, a mettere le mani su un settore che gestisce ricordiamo, acqua , energia, rifiuti, trasporti nelle principali città italiane.

Vediamo cosa ne pensa la corte dei conti: “Per quanto riguarda le utilities, c’è tuttavia da osservare che l’aumento della profittabilità delle imprese regolate è in larga parte dovuto, più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi, all’aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti degli altri paesi europei, senza che i dati disponibili forniscano conclusioni univoche sulla effettiva funzionalità di tali aumenti alla promozione delle politiche di investimento delle società privatizzate. Considerazioni analoghe possono valere anche per ciò che attiene agli effetti sul livello sia delle tariffe autostradali, sia degli oneri che il sistema bancario pone a carico della clientela, tutt’oggi sistematicamente e considerevolmente più elevato di quello riscontrato nella maggior parte degli altri paesi europei”.

Ma veniamo adesso al piatto forte; quando sentite dire da qualche mezzobusto televisivo “dobbiamo privatizzare” perchè lo stato è inefficiente non ci si riferisce ai forestali calabresi o ai pretoriani in forza alla regione Sicilia,  più semplicemente si riferiscono ad ENI, ENEL, FINMECANICA, cioè ai nostri gioielli di famiglia. Queste aziende distribuiscono allo stato dividendi regolari del 5/6% l’anno; in altre parole altro che inefficienza, queste imprese macinano utili oltre a ricoprire un ruolo strategico dal punto di vista geopolitico.

Siam tutti bravi a privatizzare con “lo stato” degli altri..
 
Per approfondire l’argomento cito un articolo apparso su www.ilsussidiario.net
“Per capire di cosa si tratti si può ricordare la reazione che un nostro immediato vicino/concorrente - la Francia -, ha avuto quando Enel ha provato a comprare Suez, ...... Eni è strategica per un Paese che consuma gas a tutto spiano senza materie prime e senza nucleare, e fa tutta la differenza del mondo, in mancanza di peso politico, quando l’Italia si siede al tavolo delle trattative, a qualsiasi titolo, con i Paesi produttori che devono decidere a chi far costruire ponti o ferrovie o da chi comprare beni e macchinari o infine a chi vendere gas e petrolio (c’è ancora la fila nonostante tutto). Per non rendersi conto della perdita clamorosa per l’indipendenza energetica e per lo sviluppo economico italiano bisogna essere ciechi; non bisogna poi dimenticare che Eni controlla Saipem, sicuramente una delle massime espressioni, non solo per dimensioni, dell’ingegneria italiana. Ragionamento simile si può fare con l’Enel da cui, tra l’altro, i governi precedenti sono passati con Robin Hood tax e simili per incrementare gli incassi ...... Finmeccanica, da ultimo, oltre a essere attiva nel settore sensibile della difesa, controlla alcune imprese che molti, non a caso e non per sbaglio, ci invidiano: da Ansaldo Sts, passando per Avio e Agusta Westland. Siamo certi che diverse società sarebbero disposte a strapagare per mettere le mani su tecnologia e avviamento ma come per Eni e per Enel il punto è che nessuna di queste società è replicabile o sostituibile. Evitare un mese di emissioni di bond statali o ridurre il rapporto debito/ Pil da 126 a 124 rinunciando per sempre a imprese dall’elevatissimo contenuto strategico e tecnologico e probabilmente anche con il timing sbagliato, non sembra un grande affare: chi arriva non è tenuto a mettere tra le priorità lo sviluppo economico italiano.”

Avete compreso la portata di simili scelte. Malgrado tutto siamo un grande paese, pieno di risorse, competenze, fantasia ed eccellenze. Abbiamo dato tanto al mondo, sia dal punto di vista artistico, che tecnico ed ingegneristico. Pur non avendo risorse energetiche, abbiamo creato, grazie alla caparbietà di Enrico Mattei, una delle più importanti aziende energetiche al mondo. Nella chimica con Natta abbiamo scoperto il polipropilene alla base dello sviluppo delle materie plastiche nel secolo scorso, ma anche i calcolatori con Olivetti,  la fissione nucleare con Fermi. Nonostante ciò abbiamo smantellato l’industria chimica (Montecatini), distrutto la microelettronica, abbandonato la ricerca nucleare. 

Quindi prestate molta attenzione quando sentirete questi luoghi comuni perché il rischio è un ulteriore impoverimento del nostro paese.

17/11/12

I VERI COSTI DELLA POLITICA

In questi giorni stiamo assistendo all’epilogo finale della favola del Neoliberismo. Anche i più strenui difensori dell’ortodossia della scuola di Chicago hanno cominciato ad avere dei ripensamenti (Vedi Giavazzi ) mentre altri continuano ad arrampicarsi sugli specchi, come ad esempio i fermatori del declino di Giannino (qui sbertucciati da Claudio Borghi sul dividendo dell’euro).

Non essendo un economista tuttavia mi interessa mettere in risalto in questa sede, non l’aspetto macroeconomico e gli errori palesi che hanno portato ad una crisi tremenda delle economie occidentali, bensì l’aspetto politico e le  conseguenze sui nostri sistemi democratici.

In primo luogo è doveroso ricordare che, negli anni precedenti al trionfo di Milton Friedman e della sua scuola di Chicago, le economie occidentali avevano conosciuto uno straordinario ciclo espansivo durato dal dopo guerra al 1973. In quegli anni le ricette adottate dalle principali nazioni occidentali furono ispirate da Keynes, senza dubbio il più grande economista del XX secolo.

Guardate per esempio il grafico seguente (tratto dal blog di Alberto Bagnai) per rendervi conto dell’impatto di Keynes sull’economia Americana negli ultimi 50 anni; si vede bene che prima dell’adozione delle politiche Keynesiane i cicli espansivi-recessivi che si susseguivano negli anni oscillavano  in una forchetta del 30%, dopo si dimezzarono. In altre parole durante le crisi le conseguenze di calo di reddito erano meno drammatiche e più facilmente gestibili dallo stato.

Introduciamo adesso alcuni concetti elementari di politica economica per capire la base dei ragionamenti di Keynes. Partiamo dalla definizione di prodotto interno lordo:
                      Y=C+G+I+(X-M)
dove Y è il reddito nazionale, C consumi, I la spesa per investimenti, X le esportazioni, M le importazioni.

Quando noi andiamo a votare fondamentalmente deleghiamo ai nostri rappresentanti la possibilità di manovrare questa equazione elementare. Il fine di queste manovre è cercare di mantenere un equilibrio fra due variabili antitetiche, Inflazione e Disoccupazione.

Vediamo adesso cosa succede in pratica. 
Caso 1: supponiamo di essere in recessione e quindi di voler aumentare Y per combattere la crisi, cosa può fare un governo?

In primo luogo può stimolare C, ossia i consumi riducendo ad esempio l’imposizione fiscale oppure può aumentare la spesa pubblica G.
Se invece si vogliono aumentare gli investimenti I possiamo abbassare i tassi di interesse, cosicché le imprese trovando credito a basso costo sono stimolate ad investire.
Infine abbassando il tasso di cambio della propria valuta un governo può migliorare la bilancia dei pagamenti X-M rendendo le proprie merci più competitive verso l’estero.

Aumentando Y diminuisce la disoccupazione ma aumenta l’inflazione per la semplice legge della domanda e dell’offerta.

Adesso il governo per frenare la crescita dell’inflazione manovra nuovamente l’equazione, ma questa volta in senso opposto(Caso 2). Quindi aumenta l’imposizione fiscale, alza i tassi di interesse per frenare gli investimenti, taglia la spesa pubblica, aumenta il tasso di cambio.
Dopo questa breve divagazione tecnica arriviamo ad oggi ed alla crisi che sta devastando l’Eurozona. In questo momento l’Italia si trova in una situazione di bassa inflazione (2,6% 1,5 al netto dei beni energetici ) ed altissima disoccupazione(11%), soprattutto giovanile(35%), cioè siamo in deflazione.

Siamo quindi nella prima condizione e per di più alla vigilia di una nuova tornata elettorale.
Diligentemente ci recheremo alle urne e chiederemo un cambiamento di governo, un governo di centrosinistra che sappia far ricrescere i nostri redditi attraverso un sana politica di rilancio della economia.

Spingiamoci un po avanti nel tempo e supponiamo che quanto augurato avvenga, Bersani vince le elezioni e si ritrova a manovrare la nostra equazione.
Supponiamo che il nuovo governo vuole aumentare i consumi C attraverso una riduzione fiscale per le fasce più deboli. Come lo finanziamo visto che la crisi ha provocato una diminuzione delle entrate statali oltre che un esplosione del monte interessi? Normalmente  si ricorrebbe al cosidetto deficit spending, cioè si spenderebbe a debito;
Primo ostacolo, dal 1°  gennaio 2013 entrerà in vigore il Fiscal Compact, approvato il 2 marzo 2012 da 25 paesi su 27 dell’Eurozona (Gran Bretagna e Repubblica Ceca non lo hanno ratificato). Esso prevede per l'Italia un vincolo rigidissimo, l’obbligo del pareggio di Bilancio inserito addirittura in costituzione.

Ok abbiamo la seconda variabile su cui giocare la spesa pubblica G. Bersani una volta eletto aumenterà la spesa nella ricerca e nell‘istruzione e così rilancerà l’economia e darà occupazione a migliaia di insegnanti e giovani ricercatori. Non fermeremo il declino, fermeremo la fuga dei Cervelli.
Come finanziamo l’aumento della spesa? Il fiscal compact ci obbliga non solo al pareggio di bilancio ma anche ad una riduzione di un ventesimo dello stock di debito per i prossimi 20 anni. In altre parole il nostro parlamento si è impegnato a tosare 50 miliardi di euro l’anno ai redditi dei cittadini Italiani. Quindi porte sbarrate anche da questo fronte.

Vabbè possiamo sempre rilanciare gli investimenti I abbassando i tassi di interesse. Non proprio, avendo perso la sovranità monetaria i Tassi li decidono a Francoforte ed inoltre nonostante la BCE conceda crediti alle banche all’1% queste non riversano nell’economia reale questa liquidità.

Infine il bravo Bersani può provare a svalutare la nostra moneta per rilanciare l’export italiano. Anche qui sorge un piccolo problema dal 1979 (anno in cui entrammo nello SME) ed adesso con l’euro abbiamo relegato a Francoforte la politica monetaria. Inoltre nonostante una svalutazione dell’euro del 15% nell’ultimo anno non siamo riusciti a migliorare i nostri export in quanto gli squilibri sono più che altro regionali, quindi interni all’Eurozona.

Avete capito quali sono i veri costi della politica? Non le ostriche di Fiorito, (seppur deplorevoli) o la casta corruzione. I costi veri della politica sono le scelte sbagliate fatte dai nostri rappresentanti. Fiorito nel peggiore dei casi ha rubato un milione di euro, quest’anno  solo il salvataggio della Monte dei Paschi da parte del governo Monti ci costerà 3,9 miliardi di euro.
Abbiamo ratificato il MES, il cosiddetto fondo salva stati, il quale ci costerà 126 miliardi di  euro (secondo voi a che serve l’IMU).  Il MES in teoria dovrebbe servire a salvare la Spagna, in realtà  salveremo le sue banche indebitate con le banche Tedesche. Il prossimo grafico rende più chiaro il concetto e per chi volesse approfondire la Prof. Undiemi dell’Università di Palermo da anni si sta battendo su questi temi.
Grafico tratto da http://www.byoblu.com/post/2012/10/18/Un-fiore-sulla-mia-tomba.aspx

Ci rendiamo conto che mentre i media distoglievano l’attenzione dell’opinione pubblica con la storia della casta, in questi anni abbiamo ceduto la nostra sovranità.
Il liberismo non è di sinistra come dice Giavazzi ed Alesina è semplicemente “na sola” e la storia ahimè lo ha dimostrato.
Ing. Andolina Salvatore
 P.S. Ecco i numeri dopo un anno di austerità liberista.